Il cinema "di genere"negli anni settanta

1 ottobre 2013

Ancora oggi il cinema italiano è famoso all’estero per “Ladri di biciclette” di De Sica, “8 ½” di Fellini, qualche opera di Antonioni e poco altro (dal 1999 mettiamoci “La vita è bella” di Benigni).
Se si chiede ad uno straniero di citare un attore o una attrice italiani la risposta è scontata: Loren, Mastroianni e Magnani (quasi sempre citati in quest’ordine).
Che la considerazione del cinema italiano al di la dei nostri confini (soprattutto in America) si limiti al luogo comune lo dimostrano i ruoli sostenuti dai pochi attori italiani in film hollywoodiani: i maschi sono sempre seduttori, intrallazzatori, mafiosi, mammoni e grandi mangiatori di pasta mentre le donne fiere ed energiche popolane, ottime cuoche, mogli e madri amorevoli.
Anche le locations dei film stranieri girati in Italia riportano lo stereotipo da cartolina: luoghi assolati in riva al mare con gente caciarona in strada, povera ma sempre amichevole e sorridente.
Probabilmente le classiche accoppiate Vesuvio/mandolini o Venezia/gondole sono rappresentazioni di comodo da noi stessi alimentate per fini turistici.
Malgrado ciò che pensino gli americani o i francesi (ma anche alcuni nostri critici) il nostro cinema non è rimasto fermo agli anni 50 di “Pane, amore e…".
L’Italia, che ha inventato (o quantomeno perfezionato) la commedia ed il cinema d’inchiesta, ha anche una grandissima tradizione nel cosiddetto “cinema di genere” (per gli americani B-movies), cioè quella cinematografia sviluppatasi tra gli inizi degli anni ’60 ed i primi anni ’80 imitando i modelli “americani” ma sapendoli adattare ai gusti del pubblico e (soprattutto) agli scarsi mezzi finanziari a disposizione.
Si tratta(va) di pellicole che, poiché destinate ad un pubblico quanto più vasto possibile (nell’ottica commerciale del cercare il maggior introito con le minor spesa), venivano fruite da una utenza generalmente di modesta cultura cinematografica ed anche per questo subivano il pregiudizio della critica, che sistematicamente li stroncava (spesso al di là degli effettivi meriti o demeriti).
Si iniziò con il peplum o genere storico, per poi passare a metà dei ’60 al glorioso spaghetti western (che sul finire del decennio sfocerà nella derivazione parodistica dei Trinità ed epigoni) ed all’horror gotico.
I settanta iniziarono con il genere thriller/giallo per poi virare a metà del decennio nel poliziesco (per il quale la critica dell’epoca coniò il termine dispregiativo “poliziottesco”) e finire con la commedia sexy.
Questi generi spesso si mischiarono tra loro (pensiamo ai cd. decamerotici o ai polizieschi-commedia di Bud Spencer  o di Tomas Milian) oppure crearono dei sottogeneri (mafia movies, musicarelli, sceneggiate napoletane, cannibal e mondo movies, ecc. ecc.).
Questo enorme calderone è stata fucina di veri e propri maestri del cinema italiano, all’epoca pregiudizialmente sottostimati ed ora finalmente riconosciuti (anche grazie all’apporto di grandi registi americani, come Tarantino a De Palma, che li hanno sdoganati nel cd. cinema di seria A).
L’esigenza di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo economico ha permesso la selezione, in quei vulcanici anni,  di immensi talenti, facendo emergere maestri del calibro di Fulci, Castellari, Di Leo, Bava, Lenzi, Avati, ecc.
Ma il cinema di genere è stata palestra anche per grandi compositori di colonne sonore come
Bacalov, Morricone, Micalizzi, Oliver Onions o di sceneggiatori come Dardano Sacchetti.

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