Gioielli misconosciuti del genere giallo/thriller all'italiana

1 ottobre 2013
Né il genere giallo (nel quale la cinematografia angloamericana ha una tradizione risalente agli anni trenta) né tantomeno quello thriller (di cui Hitchcock fu indiscusso maestro) nacquero in Italia.

Tuttavia agli inizi degli anni settanta Dario Argento codificò (con i suoi assassini seriali vestiti di impermeabile e guanti di pelle, le sue ambientazioni notturne e metropolitane, le sue ville liberty e gli inquietanti sottofondi musicali) un genere che non poteva semplicemente essere definito giallo perchè semplicemente diverso da tutto quanto lo avesse preceduto.
Dato l'eccezionale riscontro di pubblico e, naturalmente, di incassi decine di registi si cimentarono nel tentativo di imitare il regista romano, con risultati a volte dignitosi (se non eccezionali come Fulci, Avati, Barilli, ecc.), spesso modesti. Tuttavia, ognuno allargò i canoni del genere inserendo elementi gotici, erotici, grandguignoleschi, comici, psicologici, ecc.
Era nato il genere meno omologabile tra tutti, quello più complesso: il thriller all'italiana.

Sette note in nero
di Lucio Fulci (1977)


Il film preferito dal maestro Fulci,impeccabile meccanismo ad orologeria dove tutto funziona perfettamente e dove ogni scena sovverte le convinzioni della precedente con nuovi colpi di scena, grazie all’intreccio matematico della trama (che procede di pari passo con la comprensione, da parte della protagonista, delle cose e dei volti oggetto delle sue visioni). Il finale, da solo, ne giustificherebbe la visione. 

La famosa musica del carillon dell’orologio, composta dalle sette note del titolo con un tempo di tre quarti, è stata ripresa da Quentin Tarantino in Kill Bill vol. I.

Nel film, girato a Villa Lechner (Castello di Sovicille) in provincia di Siena, l'unico a parlare con la propria voce è Gianni Garko, mentre tutti gli altri (compreso Gabriele Ferzetti) sono doppiati.

La vittima designata
 di Maurizio Lucidi (1971)


Il plot di partenza è lo stesso di “Delitto per delitto” di Hitchcock (come per un altro giallo italiano dell’epoca, “L’assassino è costretto ad uccidere ancora” di Luigi Cozzi, 1975), ma senza lieto fine.

Tomas Milian, che offre un'interpretazione misurata (come farà l'anno successivo con "Non si sevizia un paperino" di Fulci), recita con la sua voce e canta la struggente canzone dei titoli di testa e di coda ("My shadow in the dark").

Le musiche sono composte da Enrique Luis Bacalov ed eseguite, insieme all'orchestra, dai New Trolls, all'epoca uno dei gruppi di punta del progressive italiano (nella colonna sonora c'è quello che poi diventerà il loro Concerto grosso).

nella pellicola è presente la pubblicità diu una nota marca di cioccolatini (l'espediente utilizzato è la proiezione privata di questo spot al committente da parte del protagonista del film, Milian, agente pubblicitario).

Da vedere anche per la teatrale interpretazione di Pierre Clementi (che rende decadente e romantica la figura del conte Matteo Tiepolo) e per lo spiazzante finale.                              

La corte notte delle bambole di vetro
 di Aldo Lado (1971)


L’originale trama di questo thriller lo rende esemplare unico senza altri referenti all’interno del genere.

Assistendo al film siamo impotenti spettatori dei ragionamenti di un uomo disteso su un lettino di un obitorio ma, a suo dire, ancora vivo, sebbene clinicamente deceduto in quanto (apparentemente) privo di funzioni vitali.

Egli cerca di ricordare, elemento dopo elemento (attraverso una narrazione tramite flashbacks) le cause del suo apparente decesso e, nello stesso tempo, di svegliarsi da quella paralisi prima di essere tumulato.

Il finale è... da colpo al cuore.

La casa dalle finestre che ridono
 di Pupi Avati (1976)


Thriller/Horror autoriale che sovverte gli schemi classici del giallo italiano (con serial killer in impermeabile e guanti di pelle che agisce in ambienti urbani e ricco borghesi).
Con l’horror gotico padano di Avati l’azione si sposta nella sonnacchiosa estrema periferia rurale, dove non si ammazza per interesse o per vendetta ma per ignoranza, superstizione o semplice sadismo.
La mano poggiata sull’albero nell’ultima enigmatica inquadratura è del regista; ogni interpretazione è lasciata allo spettatore.
La notte che Evelyn uscì dalla tomba
di Emilio Miraglia (1971)


Insieme con La dama rossa uccide sette volte, uscito l'anno successivo, rappresenta il dittico gotico del regista Miraglia: castelli, cripte, fantasmi.
Con gli anni ha acquisito lo status di piccolo cult.
L'unico mistero insoluto del film resta perchè la parte del cugino playboy sia stata affidata ad Enzo Tarascio, poco credibile nei panni di un fascinoso dandy, mentre a Giacomo Rossi Stuart, aitante attore ex atleta (padre di Kim), che avrebbe avuto il phisique du role, sia stata attribuita quella del medico.
Misteri del casting!

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